Enrico Baccarini & Alberto Baroni
Firenze, IT

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Ramanujan
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L’uomo che vide l’infinito – la vera storia di Srinavasa Ramanujan, il matematico ispirato da una Dea.

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20 Agosto 2020
Ramanujan

Srinivasa Ramanujan nacque nel 1887, in un piccolo villaggio del Tamil Nadu, nell’India del sud. Nel periodo dell’infanzia il suo rendimento negli studi era nella norma, e all’età di 18 anni, nel 1905, lasciò il College di Kumbakonam che allora frequentava. Trasferitosi a Madras, tentò senza successo una seconda volta di accedere all’università: nonostante la sua eccellenza in matematica, in tutte le altre materie aveva conseguito infatti scarsissimi risultati.

Imperterrito, perseguì da autodidatta un’originalissima ricerca matematica usando notazioni e metodi propri. Nel corso dei suoi studi “reinventò” la ruota, arrivando cioè a risultati già noti attraverso sistemi alternativi incrociando, talvolta, idee e formule assai eterodosse. Nel 1912, quando aveva già pubblicato un articolo sul “Journal of the Indian Mathematical Society”, si assicurò un posto di lavoro come impiegato.

Non vi è dubbio che Ramanujan avesse una misteriosa “linea diretta” con complesse e profonde verità matematiche alle quali attingeva in modo totalmente diverso da qualsiasi altro essere umano. Questo dono lo spinse coraggiosamente ad inviare a Godfrey Harold Hardy, noto matematico dell’Università di Cambridge, così come ad altri, alcuni dei suoi stupefacenti risultati, ottenuti da autodidatta.

RAMANUJAN IN INGHILTERRA

Ramanujan decise di compiere un viaggio proibito per un bramino come lui, muovendo verso l’Inghilterra: dopo aver trascorso cinque difficili anni di lavoro con l’ateo Hardy e il suo collaboratore J. E. Littlewood, in un ambiente culturale poco accogliente per le sue abitudini vegetariane, Ramanujan si ammalò. Nel 1919 tornò dalla moglie che aveva lasciato in India e morì un anno dopo, all’età di 32 anni, non prima di aver però prodotto numerosi taccuini pieni di formule divinamente ispirate.

Un’equazione non ha alcun significato per me, se non esprime un pensiero di Dio“, sosteneva. Dopo quasi 100 anni, alcuni dei misteri di quei taccuini sono stati finalmente risolti grazie agli sforzi del professor Ken Ono, della Emory University.

Uno degli aneddoti matematici più famosi riguarda la fascinazione di Ramanujan per il numero 1729. Ciò che è emerso solo recentemente, proprio grazie alle ricerche di Ono in India, è la ragione per cui Ramanujan fosse a conoscenza del fatto che 1729 potesse essere scritto in due modi diversi come somma di due cubi: egli incappò in questa scoperta mentre era alla ricerca di “soluzioni approssimate” per l’equazione x3 + y3 = Z3, equazione che non può essere risolta con numeri interi.

RAMANUJAN E LA DEA NAMAGIRI

Nel valutare i risultati di Ramanujan, che in un primo momento non potevano essere dimostrati ricorrendo a un appproccio “tradizionale”, Hardy disse: “Non avevo mai visto niente del genere fino ad allora. Già a prima vista, appariva evidente che potevano essere stati scritti solo da un matematico di classe eccelsa. Dovevano per forza essere validi, perché in caso contrario nessuno avrebbe avuto la fantasia necessaria per inventarli”.

Da dove scaturivano le eccezionali intuizioni di Rananujan? Secondo Ono, “Ramanujan sosteneva che molte delle sue formule letteralmente gli venivano presentate durante il sonno dalla dea indù NamagiriCertamente, erano il prodotto di un alto livello di creatività. In un senso più ampio, egli era fiducioso di poter affrontare enormi misteri solo con le proprie forze. I suoi sogni lo portavano su diversi livelli“. Per Ramanujan, Namagiri era la scintilla che innescava il suo flusso ininterrotto di scoperte matematiche.

Un compagno di scuola ricorderà in seguito di averlo visto spesso alzarsi nel cuore della notte per scrivere formule che aveva sognato. Lui stesso precisò che l’ispirazione onirica gli veniva dalla dea Namagiri, o che il dio Narasimha gli mostrava nel sonno dei rotoli, dei quali al risveglio egli riusciva a trascrivere soltanto una piccola parte. Era Namagiri, secondo lui, la “musa” che lo ispirava e che gli appariva in sogno svelandogli i segreti dei numeri.

Nonostante l’appartenenza alla casta brahminica, Ramanujan ha vissuto in povertà gran parte della sua vita, soffrendo spesso la fame. Le sue abilità matematiche si manifestarono in età scolare, in parallelo a un’ipersensibilità quasi patologica verso un mancato riconoscimento o un insuccesso inaspettato: per esempio, quando scoprì che alcune relazioni trigonometriche  ricavate durante uno studio erano già state trovate un secolo e mezzo prima nientemeno che da Leonhard Euler, la mortificazione e la delusione furono tali da portarlo a nascondere i propri calcoli nel tetto di paglia della sua abitazione. Con quell’ingenuità che non avrebbe mai perso, e che avrebbe incantato i matematici occidentali, non riusciva a rendersi conto di quanto fosse eccezionale riconfermare inconsapevolmente i risultati del grande Euler. 

Secondo Ono “In Ramanujan vive l’archetipo di un talento incomprensibile che supera le circostanze avverse. La sua storia ha un che di mitologico, eppure è un messaggio estremamente vitale per la nostra epoca. Ci si potrebbe chiedere: forse Ramanujan è la punta di un iceberg, solo un esempio dei tanti geni spinti dall’automotivazione che lavorano nell’isolamento? Egli è importante oggi perché rappresenta il potenziale inutilizzato in cui dobbiamo credere per poter avanzare nella scienza“.

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